CRISI NEL SISTEMA PENITENZIARIO GUATEMALTECO

04 ottobre 2006

4 ottobre- La situazione d'insicurezza estrema che vive il guatemala sul fronte dell'ordine pubblico e della violenza quotidiana si riflette pesantemente anche nelle carceri, che spesso sono veri e propri covi di delinquenza dai quali i boss della malavita impartiscono ordini. Negli ultimi giorni, forze di sicurezza hanno fatto irruzione nel penitenziario noto come Pavòn, in località Fraijanes, e il bilancio è stato tragico: sette morti fra i detenuti e numerosi feriti.
Secondo alcune testimonianze, fra le quali quella di Byron Oliva, il militare condannato e incarcerato per l'assassinio di Mons. Juan Gerardi, si è trattato di vere e proprie esecuzioni sommarie, a danno di alcuni noti criminali. Una vera e propria "sospensione" degli elementari diritti costituzionali.
Del resto la situazione dentro El Pavon deve essere assolutamente insostenibile, se è vero che anche Sergio Morales, Procuratore per i Diritti Umani, Ana Maria de Klein, dell'Associazione "Madres Angustiadas", Carmen Aida Ibarra, della Fondazione Mirna Mack e Nery Rodana, responsabile per i Diritti Umani dell'Arcivescovado, hanno espresso (pur con ovvie preoccupazioni per gli abusi ai quali questo precedente può spalancare la porta) sostanziale appoggio all'azione della polizia, che almeno interrompe il clima di continua intimidazione e di prepotenza assoluta dei boss malavitosi incarcerati.

Il Presidente Berger ha dichiarato concluso il cosiddetto "Gran Dialogo Nacional", il tavolo di trattativa che ha visto impegnate 104 organizzazioni della società civile guatemalteca, sulle spinose questioni dello sviluppo, della situazione agraria, della salute e della società indigena. Che sono poi i grandi temi, che non sono stati ancora avviati a soluzione, delineati dagli accordi di pace, stilati esattamente dieci anni fa.
Non è chiaro quali siano state le conclusioni pratiche del "tavolo", ma alcune organizzazioni hanno espresso il loro sostanziale scetticismo. Anche se va detto che il fatto stesso di coinvolgere tanta rappresentanza sociale potrebbe essere di per sè un segno non trascurabile di una sensibilità fino ad ora ignota in Guatemala.

Un altro atto, in qualche modo significativo, è stato compiuto dal Vicepresidente Eduardo Stein, il quale, pur in forma semiprivata, ha chiesto perdono alle vittime della repressione di stato dei tempi della guerra civile, in occasione di un incontro con alcuni familiari. Se questi gesti siano il preludio ad una nuova fase nella politica dei diritti umani è sicuramente presto per dirlo. Ma se questi gesti non ci fossero, sarebbe sicuramente un brutto segno.

A un anno esatto dalla tragedia dell'uragano Stan, che sconvolse il Guatemala con molte centinaia di morti e la distruzione di importantissime infrastrutture del Paese, la Pastorale Sociale della Diocesi di San Marcos (la zona più colpita dalle inondazioni e dalle frane) ha avviato un "forum" sul tema "A un anno dalla tormenta Stan, le sfide". I principali relatori, Jacobo Dardon, Wolfgang Krenmayer e Cesar Eduardo Ordoñez, nei materiali di discussione del forum, individuano tutta una serie di cause umane e sociali fra le ragioni del disastro, che le autorità hanno classicamente presentato come una calamità naturale.
Il cambiamento climatico globale, conseguenza del degrado ambientale, l'alta densità di popolazione in alcuni distretti, come quello di San Marcos, con condizioni di vita e abitative che rendono la popolazione estremamente vulnerabile di fronte a qualsiasi tipo di avversità, dai guasti ambientali provocati dalla massiccia deforestazione anche ad altitudini superiori ai duemila metri, sono tutti fattori che non possono che favorire eventi naturali avversi e determinare un impatto drammatico quando questi si manifestano. Conseguenza, quindi dovrebbe essere, un nuovo tipo di sviluppo come condizione per poter attuare una ricostruzione vera, e che non riproduca tal quali i fattori di rischio che hanno condotto alla tragedia dell'anno scorso.

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